Il cielo di Giovanni

Racconto Breve
“Il cielo di Giovanni”

 

Quella notte il cielo scrisse ancora. Con fulgide stelle e punteggiatura di nuvole zingare, riempì di parole semplici un candido foglio di notte. Giovanni, letto il messaggio, spalancò la finestra, si sistemò sul lettone con un’enorme coperta sulle spalle e iniziò a conversare teneramente con la magica volta. Lo faceva quasi ogni sera, prima di addormentarsi.

«Buonanotte a te mio cielo immenso e a te grande luna d’alabastro e anche a voi, dolci stelle lontane, che brillate di luce riflessa in passato… Non me le sono mica inventate io queste parole, sai? Le ho lette stamattina in un quaderno vecchio scritto dal mio papà. Tu lo sai cos’è un poesia? … Non lo sai? Davvero? … Vabbè, allora te lo spiego io. Sono belle parole messe insieme per fare la rima, come per esempio “il grillo villano, saltella sul divano”, capito? … Come dici? Ma no! Sto bene, la mamma sai com’è, esagera sempre. La conosci no? … Chi? Papà dici? No … Si, mi manca tanto quando è lontano. Credo siano i nostri discorsi da uomini a mancarmi di più. Il fatto è … Infatti, solo lui mi capisce. La mamma è la mamma e non può capire certe cose. Ce l’hai mai avuta una mamma, tu? …  Lo immaginavo … Bè, avere una mamma è un po’ un intralcio. Secondo lei non devi mai urlare, bisogna essere gentili anche con chi non sopporti, non puoi sputare dalla finestra e neanche fare la pipì sugli alberi. Dico, ma ti rendi conto? Poi devi prestare attenzione a scuola, non puoi chiacchierare, non puoi sporcarti, non devi dire le parolacce, rispondere male alla gente e soprattutto alle suore, non mangiare tante caramelle ed evitare le gomme americane, insomma è un gran insieme di non … Si lo so che mi vuole bene e anch’io ne voglio molto a lei, ma ogni tanto, secondo me, dovrebbe preoccuparsi di meno. Io poi sono molto responsabile … Scusa, non ho sentito … Solo una volta al parco, io e Patrizio, ma non ci ha visti nessuno e poi l’albero mica ha detto nulla! … Quello invece lo facciamo spesso. Comunque tu fai la stessa cosa, quando ti gira. Solo che a me danno le botte per un piccolo sputo e a te invece che sputi per ore, a volte giorni interi, ti fanno anche i complimenti. Sarà mica giusto! Io poi sono un bambino e credimi cielo, mica ci capisce nessuno a noi e sai cosa mi fa più rabbia? Tutti dicono di capire e capire … Infatti, è proprio questo il punto, loro dicono di esserlo stati bambini, ma se li sentissi parlare diresti il contrario e poi dai cielo, parliamoci chiaro, se lo fossero stati mi farebbero fare tutte quelle cose che invece continuano a proibirmi … No guarda, non ti ci mettere anche tu con la solita storia … Come? No! Non è vero. Le bugie le diciamo perché ci costringono loro. Ti faccio un esempio. Ieri mattina sono andato giù con Patrizio, il bambino dell’interno 14, un bimbo simpatico sai, lo dovresti conoscere. Insomma, siamo andati giù a giocare a pallone, a proposito ci hanno buttato fuori due settimane fa … Come da dove! Dal mondiale no?! Comunque ti dicevo, siamo andati giù e abbiamo cominciato a tirare e Patrizio ha tirato un po’ più forte e ha beccando la pianta di fiori arancioni della Signora Sonia … Non lo so come si chiama la pianta, che domande mi fai? La vedi? È quella lì. Quindi siamo scappati come due razzi e ci siamo rifugiati a casa di Patrizio fino a mezzogiorno. Nessuno si era accorto di nulla. Durante il pranzo la mamma mi ha chiesto se avevo giocato nel cortile con la palla e allora ho pensato, qua mi vogliono fregare e le ho detto di no, che io e Patrizio non avevamo tirato sulla pianta della Signora Sonia. La mamma si è messa a ridere, cosa strana in effetti, comunque io ho detto una cosa vera, non una bugia, mica volevamo fare danni noi. Insomma, lei mi ha creduto, sai? … Te l’ho appena detto, si è messa a ridere e mi ha accarezzato i capelli. Valli a capire tu questi grandi … Come? … Torna domani … In Viennam … Che? Non Vienna, Viennam … Non lo so dire come lo dici tu! … Eh vabbe’, la t non mi viene! … Cielo, tu lo sai dov’è il Viennam? … Davvero lo vedi? … Anche adesso? … Senti cielo, me lo saluti il mio papà? … Lui mi può vedere dal Vie… Da quel posto lì? … Perché no? … Ah, ho capito. Be’, allora digli ciao da parte mia, tanto lo vedrò domani … La mamma ha detto che arriverà con l’aereo alle dieci di sera e mi ha promesso che potrò aspettarlo alzato, quindi domani se non verrò a salutarti non ti arrabbierai, vero? … Ok! Adesso vado a dormire perché ho sonno … Va bene, ma mi aiuti a sognare il mio papi? … Ok! Allora buonanotte a tutti lassù …»

Richiuse la finestra, ripiegò la coperta azzurra e la sistemò nell’armadio. La fioca luce di un abat-jour a forma di gatto si spense gradualmente e un letto piatto si gonfiò adagio. Il cielo sorrise, Giovanni abbracciò il cuscino azzurro e la notte tacque… Per un attimo. Poi il paralume si riaccese, dal letto sgusciò Giovanni. Corse alla finestra, la spalancò di nuovo. Si guardò intorno sospettoso, alzò lo sguardo in su a perdersi tra le stelle.

«Cielo? Ehi, Cielo! Sei ancora lì? … Mi sono dimenticato, puoi dire al mio angioletto di scendere subito per piacere, altrimenti mica dormo tranquillo io … OK! Grazie e buonanotte di nuovo a tutti … Ciao.»

 


Testo: Copyright © 2006 Francesco Barazza. Racconto Breve “Il cielo di Giovanni”. Tutti i diritti riservati. È severamente vietata la riproduzione, divulgazione e stampa della presente opera, in toto o in parte, senza l’autorizzazione dell’autore.

Fotografia: Web sources. Royalty Free.

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